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Il Monte Ortobene

Tanti anni fa il «monte» di Nùoro, superbo di graniti, con mille punte piene di luce, si chiamava Ortovene, perché era ricco di fonti. E ricco era anche di querce e di lecci secolari; di sughere, di fiori di cisto, di cinghiali e d'erbe profumate.

Allora in «Sa Conca», in «Borbore», in «Bajupala» vi erano le fate con la gonna lunga e con i capelli ben raccolti (come tutte le donne sarde), che aiutavano i loro uomini ad estrarre la scorza dagli alberi e a far carbone. Le fonti, tra corbezzoli e lentischi, cantavano graziosi stornelli; e la gente, affaccendata, ne sentiva l'arcana melodia. Il cinghiale, ben nascosto, non si muoveva, per non infrangere quell'idillio.
Quando l'inverno col suo pennello di gelo ricamava i sentieri della montagna, i ragazzi, scalzi, salivano a raccogliere le ghiande e facevano di tutto per passare a «Mamudine», laddóve vi era (e sembra che ci sia ancora) il tesoro nascosto, svelti, tenendosi per mano, timorosi di voltarsi perchè non fossero loro apparsi il fantasma del re e il cane affamato.
Allora «il nostro monte» era un paradiso. Ora l'hanno sfregiato con una lingua biforcuta di catrame, e l'hanno anche schernito con dei moderni parapetti di latta che sembrano i cenci d'una sofferta elemosina. In alto, proprio sulla cima dell'Ortobene, di fronte a Nùoro, vi è la statua del Redentore. Ma «Il Monte» che la ospita sembra un grosso maiale abbruciacchiato.
Nemmeno san Francesco, che conosce l'ambiente e che è amico di tanti «balentes» è riuscito ad evitare il disastro. Ogni estate «il nostro monte» brucia e fuma come un foglio di carta.
L'amore, che un tempo volava grazioso nell'aria serena con le ali leggière della letizia, non c'è più. Qui ora regna il male con le unghie della morte, che rinnega i sentimenti più veri e brucia gli affetti più cari del nostro cuore.

Elettrio Corda