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L'Ortobene di G.Deledda da "Il vecchio della montagna"capitolo I

Da “Il vecchio della montagna” di Grazia Deledda
dal capitolo I
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Dopo le chine s'aprirono silenziose radure, circondate d'alberi che si slanciavano sui limpidi sfondi. Qua e là le roccie accavalcate parevano enormi sfingi; alcuni blocchi servivano da piedestalli a strani colossi, a statue mostruose appena abbozzate da artisti giganti; altri davano l'idea di are, di idoli immani, di simulacri di tombe dove la fantasia popolare racchiude appunto quei ciclopi che in epoche ignote sovrapposero forse le roccie dell'Orthobene, traforandole nelle cime con nicchie ed occhi, attraverso cui ride il cielo.


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In quel versante l'Orthobene guardava l'oriente, chiuso dalle azzurre montagne della costa, fra le quali intravedevasi il mare, confuso col cielo in una zona grigio-perla. Terre solitarie e ondulate si stendevano ai piedi della montagna; e lassù, intorno all'ovile, l'Orthobene era tutto un incanto di roccie, di boschi e di radure. La capanna sorgeva in uno spiazzo dal libero orizzonte: il sentiero che là conduceva, insinuavasi nel bosco, rasentava precipizi, chine coperte d'erba bionda, scendeva e saliva per scalinate, antri, archi di granito. Il musco copriva i tronchi e le pietre; l'edera, sugli alti crepacci abbandonava i suoi ciuffi alle carezze del vento.
Nella radura intorno alla mandria sorgeva un solo elce: davanti, l'orizzonte: dietro, il bosco; a destra e a sinistra, enormi roccie sovrapposte, forate in alto da occhi che per lo sfondo del cielo sembravano azzurri, e più giù da nicchie inghirlandate d'edera, e dalle quali pareva fossero scomparsi idoli antichi. Qualche roccia si slanciava sottile come un obelisco; altre giacevano su enormi piedistalli, come sarcofaghi coperti da drappi di musco verde. E tutte le cose, alberi, roccie, macchie, in quel luogo di solitudine, parevano immerse nella contemplazione dei solenni orizzonti.