Sa festa de Sa Itria

ORTHOBENESSERE

Le Origini e il Contesto: La Chiesa sul Monte Ortobene

Il fulcro fisico e spirituale della celebrazione era la Chiesa di Nostra Signora d’Itria, un edificio sacro situato a circa un chilometro dal centro abitato di Nuoro, sul versante settentrionale del Monte Ortobene. Oggi in stato di abbandono, questa chiesetta fu protagonista di una vicenda storica complessa che ne segnò irrimediabilmente il destino.

Secondo le fonti storiografiche, l’edificio religioso fu sconsacrato in un periodo compreso tra il 1780 e il 1786, durante l’episcopato di Monsignor Antioco Serra Urru. Sebbene le motivazioni ufficiali non siano documentate con certezza, una delle ipotesi più accreditate lega questo provvedimento alla crescente fama del santuario come luogo di ritrovo e rifugio per banditi.

La sconsacrazione di un luogo di culto, tuttavia, non cancella automaticamente le pratiche devozionali ad esso legate. La festa de Sa Itria, infatti, sopravvisse ben oltre la “chiusura” ufficiale della sua chiesa originaria, dimostrando la profondità del suo radicamento nel tessuto sociale e culturale nuorese.

La Festa nelle Parole di Antonio Ballero: Un Ritratto del 1892

La fonte più preziosa per comprendere la natura della festa è un articolo pubblicato sul periodico “Vita Sarda” nel 1892, a firma del celebre artista e scrittore nuorese Antonio Ballero. Scrivendo oltre un secolo dopo la sconsacrazione della chiesa, Ballero descrive una festa ancora viva e partecipata, sebbene già trasferita in un altro luogo, come la Chiesa delle Grazie a Nuoro.

I Preparativi: Sos Priores e la Raccolta delle Offerte

L’organizzazione della festa iniziava con largo anticipo, circa un mese prima della ricorrenza, fissata, nel caso del 1892, ai primi di giugno. Il comitato organizzatore eleggeva sos priores, figure chiave incaricate della raccolta delle elemosine. Questi priori, come descritto da Ballero, giravano per tutte le case del paese per “indurre le famiglie ad accudire a s’Itria”, ovvero a contribuire alla festa per renderla più ricca e solenne.

La partecipazione non era solo volontaria, ma esisteva un vero e proprio obbligo morale e sociale, soprattutto per i contadini e i pastori benestanti (obbligo degli obbiatori). La loro adesione era fondamentale per la riuscita dell’evento e la loro mancata contribuzione sarebbe stata notata dall’intera comunità.

Su Filindeu e le Donazioni: il cibo come legame sociale

Il cuore della raccolta era costituito da donazioni in natura, che evidenziano il carattere agro-pastorale della società nuorese dell’epoca. Otto giorni prima della festa, i possidenti dovevano consegnare una quantità prestabilita di farina. Questa farina era destinata alla preparazione de su filindeu, una pasta tradizionale estremamente complessa, descritta da Ballero come “tagliatelli lunghissimi e sottilissimi” ottenuti da una pasta quasi liquida e tirata a fili per essere essiccata su appositi canestri.

Oltre alla farina, le donazioni includevano:

  • Pane bianco: Chiamato su cocone de sa festa, la cui quantità era proporzionale al grano che si poteva ricavare da uno starello (antica unità di misura).
  • Bestiame: I pastori portavano il loro “obolo alla Madonna”, donando agnelli, capre e, nel caso dei più ricchi, un bue o una vacca.

Queste offerte erano il fondamento di una sorta di rito di redistribuzione della ricchezza che trovava il suo culmine nel banchetto comunitario.

Il Giorno della Festa: la distribuzione e il banchetto comunitario

Il giorno della festa, il sagrato della chiesa si trasformava in un centro di febbrile attività. La carne degli animali donati veniva distribuita equamente. Ballero sottolinea come, per fortuna, i sacerdoti non si arrogassero il diritto di prelazione, garantendo che il principio della distribuzione delle razioni fosse rispettato.

I “giovani più robusti del comitato” trasportavano enormi ceste di pane e carne, dando inizio alla distribuzione. La scena descritta è potente: una folla si accalcava per ricevere la propria parte. Ogni persona, anche i bambini, riceveva una porzione abbondante di carne e pane. Era un momento di generosità quasi “omerica”, come la definisce Ballero, in cui la comunità si assicurava che nessuno, nemmeno i più poveri, rimanesse a mani vuote.

Subito dopo la distribuzione, iniziava il banchetto collettivo. Grandi calderoni venivano posti sul fuoco nel cortile e le donne, descritte come “sacerdotesse della carità”, si occupavano della cottura. L’atmosfera era di gioia collettiva, un momento di sospensione dalle fatiche quotidiane, scandito da canti, poesie estemporanee (gare poetiche) e dal suono di una fisarmonica o di un’organetto.

Il ruolo antropologico e sociale della Festa

Al di là del suo significato prettamente religioso, la Festa de s’Itria era un evento sociale di straordinaria complessità, un meccanismo che regolava e rafforzava l’intera comunità nuorese.

Un Meccanismo di Redistribuzione Sociale

Il sistema delle offerte e della successiva distribuzione del cibo rappresenta un classico esempio di redistribuzione della ricchezza su base cerimoniale. In una società con forti disparità economiche come quella dell’epoca, la festa agiva da correttivo sociale. I ceti abbienti (sos printizpales) erano socialmente e moralmente obbligati a donare parte del loro surplus (grano, bestiame), che veniva poi ridistribuito a tutta la popolazione, garantendo anche ai più poveri l’accesso a beni preziosi come la carne. Questo processo non solo assicurava il sostentamento, ma riaffermava un patto di solidarietà comunitaria sotto l’egida del sacro.

Rafforzamento dei Legami Comunitari

Ogni fase della festa era pensata per rinsaldare la coesione sociale. La raccolta delle offerte da parte de sos priores, la preparazione collettiva de su filindeu da parte delle donne, il lavoro dei giovani nella macellazione e distribuzione, e infine il consumo del cibo nello stesso luogo e nello stesso momento, erano tutti atti che creavano e rafforzavano i legami orizzontali tra le famiglie. Partecipare alla festa significava riaffermare la propria appartenenza alla comunità, condividendone i doveri e i piaceri. Per i più ricchi, la generosità della donazione era anche un modo per accumulare prestigio e onore agli occhi del resto del paese.

Analisi Antropologica e Sociale della Festa

Al di là del suo significato prettamente religioso, la Festa de s’Itria era un evento sociale di straordinaria complessità, un meccanismo che regolava e rafforzava l’intera comunità nuorese.

Un Meccanismo di Redistribuzione Sociale

Il sistema delle offerte e della successiva distribuzione del cibo rappresenta un classico esempio di redistribuzione della ricchezza su base cerimoniale. In una società con forti disparità economiche come quella dell’epoca, la festa agiva da correttivo sociale. I ceti abbienti (sos printizpales) erano socialmente e moralmente obbligati a donare parte del loro surplus (grano, bestiame), che veniva poi ridistribuito a tutta la popolazione, garantendo anche ai più poveri l’accesso a beni preziosi come la carne. Questo processo non solo assicurava il sostentamento, ma riaffermava un patto di solidarietà comunitaria sotto l’egida del sacro.

Rafforzamento dei Legami Comunitari

Ogni fase della festa era pensata per rinsaldare la coesione sociale. La raccolta delle offerte da parte de sos priores, la preparazione collettiva de su filindeu da parte delle donne, il lavoro dei giovani nella macellazione e distribuzione, e infine il consumo del cibo nello stesso luogo e nello stesso momento, erano tutti atti che creavano e rafforzavano i legami orizzontali tra le famiglie. Partecipare alla festa significava riaffermare la propria appartenenza alla comunità, condividendone i doveri e i piaceri. Per i più ricchi, la generosità della donazione era anche un modo per accumulare prestigio e onore agli occhi del resto del paese.

La Scomparsa: dalla sconsacrazione al declino finale

La sconsacrazione della chiesetta sull’Ortobene alla fine del XVIII secolo rappresenta il primo, grande trauma per questa tradizione. Tuttavia, come dimostra la cronaca di Ballero del 1892, la festa non morì. La devozione e le pratiche sociali erano così radicate da sopravvivere alla perdita del loro luogo originario, trasferendosi nella Chiesa delle Grazie a Nuoro, dove si ritiene sia stata traslata anche la statua della Madonna.

La vera scomparsa della festa fu un processo graduale, che si consumò tra la fine del XIX e la metà del XX secolo. Se la cronaca di Ballero e gli atti del priorato Sanna del 1891 ne attestano la vitalità, altri documenti successivi, come gli atti del vescovado di Maurilio Fossati del 1927, suggeriscono una celebrazione ancora esistente ma forse già in declino, progressivamente meno sentita dalla comunità.

Il colpo di grazia arrivò verosimilmente nel secondo dopoguerra. I profondi sconvolgimenti sociali, economici e culturali che attraversarono la Sardegna e l’Italia intera in quel periodo portarono al definitivo abbandono della tradizione. Le cause principali, molto probabilmente, possono essere identificate in:

  • Crisi del mondo agro-pastorale: Il sistema economico di donazioni su cui la festa si fondava perse la sua centralità.
  • Cambiamenti culturali: Nuovi modelli di socialità e la crescente individualizzazione indebolirono i rituali collettivi tradizionali.
  • Perdita della memoria storica: Con il passare delle generazioni, il legame simbolico con la celebrazione si affievolì fino a scomparire del tutto.

L'Eredità della Festa de Sa 'Itria Oggi

Oggi, della grande Festa de s’Itria non resta che il ricordo, custodito in fonti preziose che ne permettono una ricostruzione storica. Tuttavia, a Nuoro esiste ancora una celebrazione capace di far rivivere le suggestioni descritte da Antonio Ballero: la Festa di San Francesco. Celebrata annualmente ad inizio maggio e a ottobre presso il santuario di Lula, questa ricorrenza custodisce ancora le antiche usanze, dalla nomina de sos priores alle donazioni, fino al pellegrinaggio e alla preparazione de su filindeu con il banchetto comunitario.

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